La sera in cui l’Italia scoprì l’intelligenza artificiale e l’intelligenza artificiale scoprì l’Italia. Ma non fu un incontro felice.
Ci sono notti in cui l’Italia riesce a superare se stessa. Non in alto, beninteso, in basso. Verso il basso, il Paese ha sempre dimostrato una vocazione quasi mistica, un talento naturale.
L’altra notte è stata una di queste. E il protagonista, per una volta, non era un politico, non era un calciatore, non era nemmeno un influencer caduto dalla bici. Era una paperella.
Al Festival di Sanremo, tempio nazionalpopolare dove anche il microfono ha diritto di voto, l’orchestra attaccava “Papaveri e Papere” di Nilla Pizzi e sugli schermi accadeva l’inevitabile: il pubblico dell’Ariston si trasformava in un allevamento digitale di paperelle da bagno. Anche Carlo Conti, uomo solido, abbronzato, amministratore di condominio del cosmo televisivo, diventava un’anatra con lo sguardo perso tra Homer Simpson e il lag (il ritardo ) in una videochiamata.
Non era un’allucinazione collettiva. Era il “momento AI”.
Il risultato, definirlo “risultato” è già una concessione generosa, era qualcosa di cui Hieronymus Bosch sarebbe stato fiero, purché avesse avuto un computer con meno memoria di un microonde del 2003. Volti che si scioglievano come cera al sole di luglio. Contorni che ribollivano come una pappa d’avena sul fuoco. Un disturbo che il telespettatore medio ha verosimilmente interpretato come un sintomo neurologico da verificare con urgenza.
Fantozzi aveva già detto tutto
Poche ore dopo l’evento il web era affollato di articoli quasi sovrapponibili in merito al fattaccio, alcuni addirittura integralmente copiati come il post veloce di Matteo Flora sull’ INCOMPETENZA SISTEMICA della TIM.
Titoli diversi, indignazione intercambiabile, stessa struttura, stessi paragoni, stessi spaghetti in una bocca storta, stessa data mentale: 2023.
Sui social, qualcuno ha evocato Fantozzi e la sua celebre recensione della Corazzata Potëmkin. Il parallelo è impietoso ma calzante: anche lì c’era un pubblico costretto ad assistere a qualcosa di cui fingeva di apprezzare il valore culturale, mentre dentro di sé pensava altre cose. La differenza è che Fantozzi alla fine parlava. Il pubblico italiano di Sanremo, storicamente, si limita a cambiare canale, o ad andare sui social a fare i meme.
Qualcuno ha ricordato John Travolta e il Ballo del qua qua. La tradizione delle papere a Sanremo, evidentemente, ha radici più profonde di quanto si pensasse.
Nel frattempo, nel mondo reale
Mentre l’Ariston celebrava il suo personalissimo anno zero dell’intelligenza artificiale, il resto del mondo era occupato altrove. Kling AI (uno dei più avanzati generatori di video basati sull’intelligenza artificiale, sviluppato dalla società cinese Kuaishou) genera sequenze cinematografiche indistinguibili dai film. Sora (avanzato modello di intelligenza artificiale di OpenAI in grado di generare video in alta definizione a partire da descrizioni testuali) simula la fisica degli oggetti con una precisione che farebbe invidia a un professore universitario. I cinesi, nel frattempo, al loro Gala del Festival di Primavera mandavano in scena robot umanoidi che eseguivano kung fu coreografato insieme ad artisti in carne e ossa, con una sincronia da far impallidire qualunque corpo di ballo.
Ma noi avevamo le papere.
Come riporta Maurizio Martinoli nel suo post, per capire il divario, basta citare un punto di riferimento diventato ormai classico: il video di Will Smith che mangia gli spaghetti, generato dall’AI nel 2023. All’epoca era virale perché mostrava i limiti infantili della tecnologia ai suoi albori: le fattezze abbozzate, i movimenti innaturali, quell’aria da quadro espressionista in stato di ebbrezza. Era divertente perché era l’inizio. L’altra sera, a Sanremo 2026, siamo tornati esattamente lì. Solo che il calendario segna fine febbraio 2026 e TIM ha speso presumibilmente cifre con molti zeri per tornarci.
L’innovazione come macchietta
Esiste tuttavia un livello più inquietante, che va oltre la superficie caricaturale delle papere digitali. Un elemento invisibile, ma strutturalmente radicato, con implicazioni tutt’altro che banali.
Rappresentare l’intelligenza artificiale in chiave grottesca, imprecisa o volutamente ridicolizzata produce un effetto comunicativo preciso: trasmette implicitamente a milioni di spettatori l’idea che si tratti di una tecnologia inconsistente, poco seria, quasi farsesca.
Il risultato è una percezione distorta in cui l’AI viene recepita come un passatempo malfunzionante, un oggetto di scherno collettivo, non come un’infrastruttura tecnologica strategica che merita attenzione critica, consapevolezza e valutazione responsabile delle sue reali implicazioni.
Il problema è che non è così. Le frodi portate a segno con l’AI hanno generato perdite globali stimate in oltre un miliardo di dollari. Secondo una previsione del Deloitte Center for Financial Services le perdite dovute a frodi facilitate dall’intelligenza artificiale generativa passeranno da 12,3 miliardi di dollari nel 2023 a 40 miliardi di dollari entro il 2027 .
Il caso più noto, riportato dal Financial Times, è quello della multinazionale di ingegneria Arup, raggirata per venticinque milioni di dollari attraverso una videochiamata in cui i truffatori avevano ricreato in tempo reale volti e voci dei dirigenti aziendali. In tempo reale, si badi bene. Non paperizzati. Perfetti.
Un pubblico che ride delle paperelle digitali è un pubblico che domani non riconoscerà una truffa deepfake (contenuto multimediale generato da una AI avanzata), quando riceverà una videochiamata dal “direttore” che chiede un bonifico urgente.
Una società di telecomunicazioni nel momento in cui propone l’intelligenza artificiale con questo taglio comunicativo non perde solo un’opportunità strategica ma contribuisce, piuttosto, a ridurre il livello di consapevolezza collettiva rispetto a una tecnologia che evolve con ritmi esponenziali e non concede ritardi a chi resta indietro.
La difesa tecnica (e perché non regge)
Tra i vari articoli, quello che mi è piaciuto molto è di Luca Cazzaniga che ha smontato la macchina che c’è dietro cercando di immaginare i problemi tecnici che hanno portato a questa “failure”.
Il processo potrebbe essere in breve questo:
- la telecamera riprende il pubblico e Carlo Conti,
- un software-ponte analizza l’immagine (potrebbe essere TouchDesignere): prende il segnale video dalla regia e ne estrae le informazioni utili come volti, contorni, distanze, ecc…,
- l’AI entra in gioco. Con le informazioni ottenute + un adeguato prompt un sistema di generazione immagini (ComfyUI per esempio) genera immagini e video,
- il risultato torna in onda. Il fotogramma elaborato viene rimandato alla regia, che lo trasmette in diretta.
Tecnologicamente quindi, ciò che abbiamo visto è una forma più complessa di applicazione: trasformazione in tempo reale, fotogramma per fotogramma, sotto le luci assassine dell’Ariston, tra teste mobili e controluci psichedelici. È come chiedere a un chirurgo di operare su un ottovolante.
Si poteva fare di meglio così come hanno fatto gli altri.
Al Super Bowl, ad esempio, non si è scelto di applicare rendering in tempo reale né sul pubblico né sui giocatori in campo. La strategia adottata è stata interamente orientata alla pre-produzione: contenuti generati offline tramite modelli ad alte prestazioni, con ogni singolo frame elaborato senza vincoli di latenza.
L’esito è stato un prodotto con standard cinematografici: nessuna imperfezione visibile, nessuna anomalia tecnica, nessun margine di incertezza.
Eurovision 2025. Il paragone risulta particolarmente significativo. Anche in questo caso si tratta di una manifestazione musicale live ad altissimo contenuto tecnologico, paragonabile per complessità produttiva a Sanremo. Tuttavia, l’impiego dell’intelligenza artificiale segue una logica radicalmente diversa: è progettato per operare in modo non percepibile al pubblico.
Nei sistemi utilizzati durante l’evento non vengono applicate elaborazioni AI direttamente ai volti degli artisti in tempo reale. L’adozione riguarda principalmente due ambiti tecnici: ottimizzazione del segnale video, generazione e orchestrazione di contenuti visivi per le grandi superfici LED scenografiche poste sul palco.
La distinzione è sostanziale sotto il profilo percettivo. Un eventuale errore su un fondale digitale viene interpretato come parte dell’apparato scenografico, un effetto luminoso o grafico che l’occhio tende a tollerare. Non compromette l’identità visiva dell’artista.
Diverso è il caso di un’elaborazione che coinvolga il volto umano in primo piano: lì l’errore diventa immediatamente evidente e invasivo, la percezione complessiva viene compromessa.
Tutto vero. Ma c’è un dettaglio che questa difesa non considera: se sai che i tuoi strumenti rischiano di produrre qualcosa di imbarazzante, hai due opzioni. La prima è non farlo. La seconda è farlo meglio. Non esiste una terza opzione che preveda di farlo male e sperare che nessuno se ne accorga.
Un incubo riuscito
C’è però un’interpretazione più crudele: e se fosse perfetto così?
Sanremo è specchio di un Paese che invecchia, che consuma televisione come tisana serale, che vuole sentir parlare di futuro senza essere disturbato dal futuro.
Rappresentare un’intelligenza artificiale come impacciata, esitante, quasi teneramente difettosa, può trasformarsi in un meccanismo di rassicurazione di massa. È una narrazione che attenua la percezione del rischio, insinuando un messaggio implicito: non c’è nulla di cui preoccuparsi, i sistemi sono ancora ingenui, poco sofisticati, quasi caricaturali. Guardate: fanno qua qua qua.
Intanto, nel resto del mondo, le macchine imparano a parlare come noi, a scrivere come noi, a decidere come noi.
La cosa più inquietante non è che l’effetto fosse brutto. È che fosse coerente.
Coerente con una cultura dell’innovazione vissuta come moda, non come infrastruttura.
Coerente con un ecosistema in cui l’AI è un filtro, non una politica industriale.
Coerente con un Paese che applaude la caricatura e ignora la sostanza.
C’è un aforisma che Flaiano avrebbe potuto scrivere, e forse ha scritto in qualche salotto romano che non ricordo: “In Italia la modernità arriva sempre in ritardo, e quando arriva ha già l’aria di una cosa del passato.” Le papere di Sanremo sono la prova più recente. Non la prima. Probabilmente non l’ultima.
Sanremo 2026 non ha mostrato il futuro. Ha mostrato il ritardo.
Non è stato un fallimento tecnico. È stato un incubo riuscito.
Qua qua qua a tutti.
